Vino vegano - moda o mercato in crescita? - 1

– I consigli della biologa –

Si sente parlare sempre più spesso di vini vegani, pertanto vediamo un po’ più nel dettaglio le sue caratteristiche. Si tratta di un mercato di nicchia destinato ad aumentare? A questa domanda non abbiamo una risposta: ci limitiamo a dare alcuni spunti per chi volesse approfondire.

Nell’articolo del 27 luglio avevamo parlato di agricoltura biologica. Oggi approfondiremo un tema che si sta diffondendo in questi ultimi anni: il vino vegano. Negli ultimi due-tre anni, infatti, si assiste a una crescita di interesse e di certificazioni.

Questo richiesta deriva dal fatto che i consumatori sono sempre più attenti alle caratteristiche degli alimenti che consumano. Una sensibilità in aumento in Italia, ma soprattutto nel Nord-Europa (e negli USA).

Perché non tutti i vini possono dirsi vegani?

Molto spesso si associa il vegano al biologico, ma sono due cose distinte: può esserci ad esempio un prodotto vegano, ma non biologico. Per approfondire le caratteristiche del biologico ti rimando al post già pubblicato, mentre ora cerchiamo di capire quando un vino è vegano.

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Quando si parla di vino, si pensa a un prodotto realizzato con l’uva, che non contiene carni e più in generale ingredienti o loro derivati ottenuti dall’uccisione diretta di animali. Da questo punto di vista il vino è idoneo al consumo da parte dei vegetariani.

Nei prodotti alimentari rivolti ai vegani, invece, oltre al divieto di utilizzare carni o loro derivati, è vietato anche l’uso di derivati di origine animale, non necessariamente ottenuti dall’uccisione di animali, utilizzati come ingredienti, ma anche come additivi o coadiuvanti tecnologici.

Ad esempio dopo la fermentazione il vino può essere torbido. Per renderlo limpido togliendogli le impurità in sospensione, si utilizzano dei cosiddetti chiarificanti come l’albumina d’uovo, la caseina, la colla di pesce, ecc.: tutti coadiuvanti tecnologici di origine animale

Quali sono allora i metodi compatibili? Si può utilizzare la filtrazione per semplice decantazione naturale o attraverso bentonite, minerale argilloso; oppure si possono usare chiarificanti vegetali come la Agar Agar, gelatina prodotta dalla lavorazione delle alghe rosse, o gli alginati, polimeri di origine naturale ricavati dalla parete cellulare di svariate alghe.

Certificazione Veganok

Naturalmente, nella produzione di vini vegani, è vietata l’aggiunta di derivati di origine animale in qualsiasi fase di produzione, anche quella della vite, per cui nella concimazione non si può usare il letame, sostituito ad esempio dal compost vegetale.

Un’attenzione che comprende anche il packaging: non vi devono essere sostanze animali anche nei contenitori, negli inchiostri, nelle colle per l’etichettatura, ecc.

Un vuoto normativo

Attualmente si registra un’assenza di regolamentazione europea e nazionale riguardo ai sistemi di vinificazione vegana. L’unica norma a cui possiamo fare riferimento è il regolamento europeo n. 1169/11 in materia di etichettatura, il quale dice solo che in etichetta devono esserci informazioni veritiere, non ingannevoli e oggettive. L’unica garanzia è la responsabilità del produttore.

AVI Associazione Vegetariana Italiana

In assenza di leggi in merito di può fare riferimento a disciplinari di aziende di certificazione terze o standard di autocontrollo. Tra i più conosciuti vi è il marchio Veganok, il cui disciplinare fissa regole molto rigide che comprendono anche il packaging, oppure il marchio “Qualità Vegetariana Vegan” promosso dall’Avi (Associazione Vegetariana Italiana) e concesso in uso alle imprese solo dopo l’ottenimento della certificazione da parte di un ente terzo indipendente, che è Csqa-Certificazioni.

La richiesta di vino vegano è solo una moda passeggera?

Come abbiamo già sottolineato, in questi ultimi anni si assiste a una crescita di interesse verso il vino vegano, che comunque rimane un prodotto di nicchia. Si stima che il 6,7% della popolazione italiana sia vegetariana, di questa solo l’1,3% è vegana.

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Sono soprattutto i giovani che adottano questo tipo di regime alimentare, adducendo motivazioni di tipo salutistico (evitare patologie o disturbi metabolici), di amore e rispetto verso gli animali (evitare sofferenze e sfruttamenti degli animali), e/o ragioni ecologico-ambientali (gli allevamenti di bestiame consumano ingenti risorse idriche e sono responsabili per un quinto del gas serra).

Da un lato alcuni produttori ritengono il vino vegano una moda destinata a non durare o a rimanere limitata, una moda sfruttata dal marketing di alcune aziende. Dall’altro lato il rapporto “In vino vegan” dell’Osservatorio Veganok, condotto prima della pandemia di covid, rilevava un aumento delle aziende vitivinicole che avevano scelto lo standard Veganok.

Queste aziende erano localizzate soprattutto in Toscana, Abruzzo e Piemonte; vi era inoltre una buona presenza di vini del Trentino e della Sicilia: le denominazioni di appartenenza delle etichette conformi al disciplinare Veganok erano IGT (54%), DOC/DOP (17%) e DOCG (1%).

Il 45% circa delle etichette che riportano il marchio “vegan” possiedono almeno un altro riferimento a metodi naturali e biodinamici: il 26% circa delle etichette di vino vegano, ad esempio, riportano anche la certificazione bio.

Il vino vegano conviene?

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In questi anni il mercato del vino è sempre stato in crescita, quindi perché un produttore di vini “tradizionali” dovrebbe adottare certe limitazioni per produrre vino vegano?

Naturalmente i produttori di vini vegani ne esaltano i vantaggi: sono vini sani, provenienti da viti in equilibrio con l’ecosistema e la biodiversità che le circonda. Il vino vegano è buono come gli altri vini e i costi per produrlo sono molto spesso i medesimi: ciò che cambia sono la passione e le attenzioni impiegate per produrlo.

Moda passeggera o tendenza destinata ad affermarsi quindi? Astuta strategia di marketing o mercato che aumenterà di importanza? Solo il tempo potrà darci una risposta.

Stefania Poletti – Biotecnologa

Ricordiamo che questi articoli vengono realizzati a scopo informativo e non vanno presi come adatti per un utilizzo “fai-da-te” dei prodotti. Appoggiarsi e fare sempre riferimento al vostro agronomo di fiducia.

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